Le mani di Obama sul post Assad
La Casa Bianca sta lavorando per modellare il futuro del paese in vista di un ineluttabile assetto post Assad, con l’obiettivo di evitare che dalla guerra contro il regime si passi a una rappresaglia regionale con ramificazioni internazionali senza soluzione di continuità. Per rispettare almeno formalmente il suo “leading from behind” e le proclamazioni sulla sacralità della sovranità nazionale abbondantemente distribuite sulla primavera araba, Barack Obama si affida a calcolatissimi leak che giorno dopo giorno aggiungono dettagli al piano americano per una Siria senza Assad.
19 AGO 20

Il problema di Washington oggi ha a che fare con la Siria di domani. La Casa Bianca sta lavorando per modellare il futuro del paese in vista di un ineluttabile assetto post Assad, con l’obiettivo di evitare che dalla guerra contro il regime si passi a una rappresaglia regionale con ramificazioni internazionali senza soluzione di continuità. Per rispettare almeno formalmente il suo “leading from behind” e le proclamazioni sulla sacralità della sovranità nazionale abbondantemente distribuite sulla primavera araba, Barack Obama si affida a calcolatissimi leak che giorno dopo giorno aggiungono dettagli al piano americano per una Siria senza Assad. Anche perché, come scrive l’ex ufficiale del Pentagono Chet Nagle, “spifferare informazioni aiuta il presidente a mostrarsi come il ‘tough guy’”, l’uomo duro, ingrediente d’immagine che usato in dosi opportune aiuta chi è in cerca di una rielezione per nulla scontata.
Prima è arrivato lo scoop della Reuters sull’ordine segreto di aiutare fattivamente i ribelli siriani, appoggiandosi sui sunniti in chiave anti Assad (ma soltanto fornendo equipaggiamenti “non letali”, spiega l’Amministrazione); poi si sono aggiunti, via Nbc, nuovi dettagli sul progetto siriano vergato dalla Casa Bianca in stretto coordinamento con il Pentagono e il dipartimento di stato. Il numero due della diplomazia, William Burns, è l’uomo di raccordo fra le varie agenzie governative che lavorano al dossier e i due incontri ristretti a cui ha partecipato martedì alla Casa Bianca sono lì a testimoniare l’intensificarsi del lavorio. Quella di Obama è un’agenda minima, un piano di contenimento per non farsi cogliere colpevolmente impreparato da una rivoluzione, e i dati sul campo deprimono le speranze di una transizione ordinata (e a guida americana) verso un futuro democratico dopo la cacciata del tiranno.
Il primo punto riguarda gli aiuti per i rifugiati, piano che coinvolge gli alleati della Nato e i vari attori arabi dell’area. Il secondo obiettivo è evitare l’epurazione dei lealisti di Assad e su questo si è espresso, con fraseologia umanitaria, anche un portavoce di Foggy Bottom: “Quando parliamo all’opposizione siamo molto chiari: vendette e rappresaglie sono assolutamente inaccettabili”. L’inviato iraniano che ieri ha incontrato Assad ha detto che “le soluzioni che arrivano dall’esterno non aiutano” e l’espressione coglie il rinnovato impegno americano nell’ispirare, senza troppi strepiti, la Siria che verrà. Obama non vuole ancora concedere ai ribelli il sostegno esplicito che i senatori Lieberman, McCain e Graham chiedono da tempo, anche interpretando un sentimento diffuso fra i democratici, ma muove le pedine in silenzio e non pone troppi ostacoli alla diffusione di notizie in questo senso.
Leggi La vampata curda riparte dalla Siria di Daniele Raineri - Leggi Dynasty siriana di Paola Peduzzi